Il progetto Cinque (presunti) artisti mette al centro l’artista e la sua genesi in termini di «essere» e «fare» per riflettere sulle origini intrinseche, per così dire «biologiche», del processo artistico dell’individuo e sul suo incontro con le dinamiche sociali del sistema dell’arte.
Il rapporto tra opera d’arte e pubblico che la riconosce come tale, il mistero che sancisce la nascita di un artista e il suo ingresso nella storia, sono argomenti sui quali sono stati versati fiumi di inchiostro, ma che risultano ancora elusivi e sfuggenti a definizioni.
Muovendo da queste riflessioni l’artista Carlo Caloro — chiamato a pensare a un progetto per A+ Project Space di Cluj-Napoca realizzato in collaborazione con artQ13 di Roma e curato da Giuliana Benassi — ha ideato di trasformare lo spazio in un luogo di sperimentazione viva, invitando a sua volta cinque giovani artisti all’inizio della loro formazione, a mettere in campo le proprie opere da sottoporre al pubblico, il quale potrà interagire nella selezione delle stesse e nell’allestimento.
Il titolo, Cinque (presunti) artisti, vuole sfuggire con sottile ironia da una definizione certa di «artista» per stimolare e insieme provocare il pubblico a partecipare attivamente al processo di riconoscimento. In questo gioco tra osservatore e osservato, si esaspera il concetto di mettere in mostra, riferendolo a due momenti differenti: quello tangibile dell’opera d’arte e quello inafferrabile dell’essere artista.
I giovani artisti — Daniela Ciolomic, Augusta Cuc, Melitta Erzsébet Karácsony, Christine Ribstein, Maria Stoica — sono chiamati a portare le loro opere pittoriche e grafiche senza la possibilità di allestirle, ma solo di renderle consultabili. Lo scambio di opinioni tra artista e visitatore decreterà le opere da esporre, dando vita a una mostra in divenire e in continua metamorfosi.
Più che un contenitore di risposte, il progetto vuole essere un generatore di domande: cosa ci spinge a fare arte? È destino, esigenza di espressione, o qualcosa simile a una ispirazione religiosa? Da dove vengono le immagini, l’ispirazione? Dove inizia il lavoro artistico e in quale modo ognuno trova il proprio linguaggio? Con quale legittimità si inizia? Con quale autorità definire un’opera d’arte? Quali sono i criteri per decidere cosa è arte e cosa può essere scartato?
In un mondo dal ritmo così frenetico che quasi non permette di delineare una panoramica degli artisti emergenti, è ancora possibile agire per ottenere attenzione nel sistema dell’arte? E così via.
Crediti
Curatrice: Giuliana Benassi (Forlì, 1984) — curatrice indipendente, laureata in Storia dell’Arte all’Università di Pisa. Co-fondatrice del progetto There is no place like home (Roma 2014), della piattaforma Contemporary Attitude e del workshop Ritratto a mano. Ha curato esposizioni e progetti in MAMbo Bologna, Istituto Svizzero Roma, Condominio Museo Torino, Fondazione Lac or Le Man, L’ARCA Teramo. Scrive per Exibart e Rivista Segno.
Sedi: A+ Project Space, Cluj-Napoca (Romania) e artQ13, Roma.