La performance Autarchic Iron nasce da una riflessione sul rapporto fra natura e industria che riguarda la costa laziale presso Torre Flavia: a causa dei ricchi giacimenti di sabbia ferrosa, in passato l’area è stata sfruttata per l’estrazione del metallo.
Nel titolo è condensato il cortocircuito che si stabilisce fra una presenza naturale data — il ferro — e la sua conseguenza economica — l’autarchia — accoppiate in un rapporto ambivalente che simultaneamente genera e distrugge. Nel costruire l’opera, l’artista ha osservato il territorio come farebbe un archeologo che porta alla luce una pagina di storia scritta nelle stesse componenti del suolo. L’area di Torre Flavia è infatti ricca di ferro per via della sabbia di quarzo formata in gran parte di magnetite. L’industria del ferro inizia a svilupparsi qui all’indomani del 10 giugno 1940, quando l’Italia entra ufficialmente nella Seconda Guerra Mondiale e deve adattare la propria produzione industriale alle nuove circostanze, soprattutto incrementando la produzione di ferro necessaria a nutrire l’insaziabile industria bellica. Nel 1940, grazie ai loro depositi di sabbia ferrosa, le coste di Sardegna, Lazio e Puglia raggiungono l’autarchia. È in questo contesto che l’ingegnere Giovanni Liguori inventa una macchina — chiamata «rapina» e costruita dalla Breda — capace di separare sabbia e ferrite, facilmente impiegabile in unità singole o multiple. Soluzione rivoluzionaria: la cernita e l’estrazione del ferro dalla sabbia di spiaggia erano procedure difficili, costosissime e vulnerabili a variabili rischiose come le mareggiate. Il motore della macchina di Liguori erano le braccia di uomini, donne e bambini che con pale e badili setacciavano il ferro per consegnarlo poi ai carrelli di trasporto.
Questa procedura prosegue a Torre Flavia fino agli anni ‘50; oggi resta poco degli impianti industriali della Società Terni. Traendo ispirazione da questo episodio storico, l’opera utilizza quattro tronconi di binario arrugginiti, gli unici elementi sopravvissuti dell’antico impianto industriale di Torre Flavia, che servivano a movimentare i carrelli carichi di minerale di ferro estratto dalla sabbia. La pesante presenza del ferro nelle rotaie viene contrastata dalla leggerezza di dieci canne palustri disposte attorno a un bacile di ferro fumante.
L’installazione mette in evidenza la trasformazione di un’area naturale in un’area industriale, e si completa con la performance multimediale che cerca di trasmettere l’esperienza di precaria autosufficienza dell’industrializzazione della spiaggia, interrogando il significato dell’autarchia in rapporto alla complessità del territorio.
