2013-14

Lumpenwringer

Un arco in alluminio a forma di falce, alto 3 metri e largo 5, è posato a terra con le estremità rivolte verso l’alto. Sulle punte sono installati due motori elettrici che strizzano e srotolano una striscia di stoffa lunga 15 metri. Alla base dell’arco c’è un contenitore pieno d’acqua. La stoffa si imbeve, viene strizzata dai motori e — una volta srotolata — ricade nell’acqua. Il processo di avvolgimento e svolgimento si ripete regolarmente. Il dispositivo richiama le macchine che testano la resistenza dei prodotti, ripetendo le stesse azioni in loop.

Il lavoro e le associazioni che ne nascono riguardano il nostro stesso essere: la riflessione è su come la nostra vita sia condizionata dalla misura, dal misurabile, dai sistemi di misurazione e dal misurare. Ma se c’è una misura, c’è anche e una misura esterna, qualcosa di smisurato che si estende verso ciò che non è misurabile: lo sconfinato.

A partire dalla riflessione sul rapporto fra uomo e macchine, sul materialismo e sulle ripercussioni sul nostro modo di vivere, l’opera solleva la questione della differenza fra un organismo vivente — con i suoi obiettivi e un comportamento per raggiungerli — e una macchina senza obiettivi propri come lo «strizzapanni». L’opera è una critica della «gabbia» della vita quotidiana in cui siamo confinati con la ripetizione costante di ritmi che alternano poli opposti, azioni ripetute in modo identico e con un movimento costante, soggetti alla pressione di non potersi mai fermare e in costante lotta per mantenere equilibrio e stabilità. Nel mondo del lavoro siamo costretti a competere con le macchine, con i loro ritmi programmati e la loro prevedibilità.