L’opera tematizza la persistente raccolta di informazioni su di noi, che non garantisce più la separazione fra la sfera pubblica e quella privata. Le carte fedeltà quando facciamo la spesa, i dati che generiamo quando usiamo il computer connesso senza limiti a Internet, le connessioni quando telefoniamo: tutto ciò ci rende esseri monitorati, da cui è possibile ricostruire profili delle nostre azioni e dei nostri spostamenti. Attraverso le tracce raccolte del nostro comportamento di consumatori, i dettagli personali diventano merce commerciale, informazioni da cui può essere costruita un’immagine della nostra persona. La possibilità di identificazione tramite DNA dalle minime tracce che lasciamo ogni giorno — nel momento in cui tendiamo una mano o beviamo qualcosa — consente un’ulteriore decifrazione dei nostri dati più personali.
Allo stesso tempo, però, l’opera mette in questione se tutto questo — in particolare le informazioni legate ai nostri geni, facilmente ottenibili tramite spionaggio — possa effettivamente rispecchiare la nostra personalità. Sulla base di dati raccolti sperimentalmente da tracce di un individuo sconosciuto su un bicchiere di plastica trovato per caso, si è ricostruita un’immagine a partire dalle caratteristiche che è stato possibile ricavare. Costituisce questo già una ricostruzione della nostra personalità?
In una performance, un attore impersona queste caratteristiche in un contesto reale — una festa informale, con tutti i suoi incontri imprevedibili e le interazioni che ne derivano. Le domande casuali e gli argomenti spontanei degli ospiti si scontrano con i testi dell’attore, pre-formulati come pensieri ipotetici, ricavati dalla conoscenza della sua personalità presunta come geneticamente predeterminata. Spetta al visitatore della performance esperire le conseguenze dell’interazione sociale e trarne le proprie conclusioni.
