Con l’installazione A Small Root for a Plant in Space, a Great Root for Terrestrial Flora, l’autore immagina il futuro delle piante in un’epoca prossima in cui gli esseri umani colonizzeranno altri pianeti.
Gran parte della ricerca scientifica attuale è diretta allo studio della capacità di resilienza della nostra specie in ambienti ostili alla vita e privi delle caratteristiche atmosferiche del pianeta Terra, per testare e preparare il corpo umano a raggiungere destinazioni extraterrestri. In questo viaggio anticipato e sospeso, che proietta il destino dell’umanità in scenari sconosciuti su altri pianeti, le piante saranno alleate sostanziali — ricorda l’autore — compagne di viaggio necessarie per la loro funzione vitale e nutritiva.
Non senza ironia, nell’installazione è la pianta — in questo caso una canna — a essere protagonista, posata su un tapis roulant rudimentale costruito per l’occasione, come se fosse impegnata in una routine di esercizio quotidiano, un dispositivo regolato per sostenere la silhouette esile della pianta. Il meccanismo della struttura è riconvertito per simulare il fototropismo, ovvero il movimento che porta la pianta a piegarsi verso le sorgenti di luce direzionale, mettendo in scena un’azione automatica che emula la flessione naturale delle piante che normalmente seguono il sole da est a ovest. Così come gli esseri umani sono sottoposti a un addestramento rigoroso per tenere il corpo sotto controllo in vista di condizioni di vita estreme, nel capriccio dell’opera la pianta è personificata in veste ginnica, con uno spazio dedicato all’esercizio per restare in forma e ridurre lo stress.
Il gioco ambivalente dell’installazione — tra l’ironia della personificazione della pianta e la distorsione estrema dei compiti nel rapporto Uomo/Natura — sembra invitare a una riflessione sul ruolo delle scienze umane e sulla loro funzione rispetto al decentramento della specie umana, che impone le proprie misure a tutti gli aspetti della natura. Unendo le forze nell’ipotetico viaggio verso nuovi pianeti, l’opera proietta la ripetizione di un sistema antropocentrico, i cui ingranaggi si muovono per mezzo di una tecnologia che spesso schiaccia la natura sotto il proprio stivale.

