Tracing non è una performance, ma un protocollo di negoziazione. In un’epoca di saturazione digitale, il lavoro ci riporta alla fragilità dell’indice fisico: il bianco di Meudon non è qui un materiale pittorico, ma un reagente temporale. L’azione si articola come un’intervista muta tra due corpi: il primo genera un’architettura di impronte, un’estensione spaziale della memoria; il secondo agisce come una forza entropica, un correttore che trasforma la traccia in detrito. Il pavimento diventa un palinsesto dinamico, dove l’atto del cancellare non è una negazione, ma una forma di scrittura. A metà dell’azione, lo scambio dei ruoli rompe la gerarchia tra creatore e distruttore: chi traccia diventa colui che rimuove. Ciò che resta non è un’opera conclusa, ma un residuo irrisolto. Una cartografia dell’oblio: la memoria non è ciò che conserviamo, ma ciò che sopravvive al tentativo di essere rimosso.
Il bianco di Meudon è carbonato di calcio puro (CaCO₃), chimicamente identico al calcare, al marmo e agli intonaci a calce; polvere finissima, non abrasiva, chimicamente neutra e completamente solubile in acqua. È un materiale comunemente impiegato anche nel restauro conservativo. A fine performance la superficie viene ripulita con straccio umido, senza residui né alterazioni su pietre, cotti o intonaci.



